IL TEMPO DI JOACHIM




Breve indagine filosofico-narrativa sul Tempo



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Presentazione dell’opera


Questo libro è una breve meditazione sul tempo, quel tempo che noi sentiamo col cuore e non quello che misuriamo in vari modi per la nostra sopravvivenza.
Il libro è però soprattutto una filosofia viva, che si sviluppa attraverso il racconto e la poesia.
Ma che cosa è in verità una filosofia viva?
Cercare di rispondere a tale domanda è proprio il compito principale di questa presentazione.
La risposta più immediata è la seguente: una filosofia che nasce dalla vita, che mostra l’origine della sua formazione nell’esistenza di colui che la pratica. Poiché di tutto si dà un’origine, più o meno vicina, è inevitabile che questo valga anche per la filosofia.
La ricerca dell’origine di un percorso di pensiero e la sua manifestazione si traducono così in una modalità espressiva in cui gli aspetti teoretici di una elaborazione filosofica si intrecciano o si fondono con quelli pratici, esistenziali, che sono rappresentati dallo sviluppo narrativo e poetico. Insomma affidare il proprio pensiero ad un contesto narrativo e poetico è l’essenza di una filosofia viva, o per usare un termine più tecnico di una teopoietica (richiamando e fondendo le due parole greche theoréin e poiéin, teorizzare e fare).
Il principio allora è: se i miei pensieri hanno tratto origine da un qualcosa che mi è successo e che ha mosso i miei sentimenti, non posso fare a meno di mostrarlo insieme ai pensieri, alla loro vita eidetica; il che significa mostrare le sorgenti da cui i pensieri hanno preso le mosse e le continue risonanze sulle traversie della mia esistenza. Se filosofare è, come si dice spesso, ricerca dell’origine, allora la teopoietica dà un grande contributo alla filosofia.
Certamente questa origine rimane trasfigurata in un contesto poetico-narrativo, altrimenti non avremmo un romanzo o un poema ma soltanto una biografia. In quest’ultima si raffigura l’esistenza individuale con nome e cognome, mentre nel contesto artistico si rimanda ad una esistenza generica che può parlare a tutti coloro che si sono trovati in quelle circostanze o in circostanze simili.
Se il pensiero ha quindi la sua origine nelle esperienze della vita, dice il teopoieta, questa va in qualche modo espressa. Anche il famoso adagio latino primum vivere deinde philosophari sottolinea tale origine. Esso non vuole solo indicare che bisogna procurarsi i mezzi di sussistenza prima di dedicarsi alla filosofia, ma anche che la vita viene senz'altro prima di ogni filosofare: è l'occasione o meglio la base su cui si innesta ogni ricerca filosofica.
Molti filosofi, purtroppo, hanno costruito le loro filosofie senza che ci fosse altra premessa nella loro vita se non quella del vivere inteso come sicurezza e riparo dal mondo. Eclatante è il caso di Cartesio e della sua stanza riscaldata dall’amorevole stufa mentre fuori infuriava la guerra dei trent’anni. Lì, in quella specie di oasi imperturbata per la sua sopravvivenza, estraneo ed indifferente al mondo circostante, poteva scatenare le sue riflessioni, i suoi slanci eidetici e categoriali.
Pur essendo molte le filosofie che nascono da situazioni del genere, bisogna ammettere allo stesso tempo che per altri filosofi l’attività teoretica è stata collegata alle esperienze della loro vita. Su quest’ultima la filosofia era chiamata a dare il suo sostegno, il suo soccorso. Se per molti le premesse da cui sono partite le loro ricerche sono state messe da parte come qualcosa di marginale e irrilevante dal punto di vista teoretico, per altri esse sono state essenziali.
Se a quei molti qualcuno avesse chiesto come fossero riusciti a elaborare le loro teorie, forse avrebbero risposto soltanto: con la forza di una potentissima riflessione. E la risposta in altri termini significherebbe: quelle premesse non c'entrano, non si sottopongono ad alcun interrogare e quindi non sono suscettibili di ulteriore filosofia.
Ma se non si sottopongono ad alcun interrogare, si possono almeno raccontare (chissà, forse con una narrazione fenomenologica ancora tutta da esplorare) o esprimere in poesia? La risposta è ovvia per un teopoieta. Per un teoreta è invece un secco no. A questo genere di filosofi non interessa parlare di ciò, e magari sentono un irremovibile pudore o paura nei confronti della loro vita pratica ed esistenziale. Preferiscono quasi convincersi che le loro ricerche siano cominciate dal nulla.
Al massimo lasciano qualche piccolo spazio alle circostanze del contesto storico-culturale, e solo quando viene chiesto loro espressamente.
Così facendo una teoria filosofica (o scientifica anche) sembra nascere o da sola o dal sostegno ad una teoria precedente oppure dalla sua critica. Le sue radici rimangono di fatto inespresse e prive d’importanza.
Oggi è tempo ormai che si vada ad un cambiamento che lasci spazio a tutti coloro che vogliono filosofare secondo la suddetta modalità alternativa, che vogliono riunire in una più ampia unità la loro vita eidetica e la loro esistenza. Oggi è tempo anche che le università smettano di proporre soltanto tesi di laurea di tipo teoretico, e agli studenti sia data anche l’opportunità di una ricerca di fine studi in modalità teopoietica.
Infine vale la pena ricordare che una simile istanza diviene senz’altro più legittima nella misura in cui si dà uno sguardo retrospettivo alla storia del pensiero occidentale, nel corso della quale la schiera dei filosofi che si son fatti narratori e poeti o viceversa è veramente grande. A partire dall’antichità basti pensare ai presocratici o al Platone dei miti, per non dire poi più avanti di pensatori come Boezio o Agostino; e più su ancora a diversi autori dell’Illuminismo francese, del Romanticismo, fino ad arrivare al mondo contemporaneo. Qui gli esempi sono a dir poco strabilianti con scrittori come Mann ed Hesse, Kundera e Musil, Sartre e Broch, Eco e Gaarder.
La fioritura nella contemporaneità è così grande e significativa che non si può fare a meno di concedere alla teopoietica se non una legittimazione ufficiale, almeno l’individuazione di un nuovo orizzonte filosofico e letterario.

Per una panoramica sulla teopoietica visitare il sito 

https://teopoiesis.blogspot.it/




Premessa




Nel riportare le battute di questo breve dialogo sul tempo e l'episodio di viaggio in cui esso si inserisce, non posso fare a meno di una piccola premessa.
Esiste una terra al centro del mediterraneo chiamata Sicilia, che a me piace spesso chiamare Solia; sia per evocare un po’ la famosa utopia di Campanella e sia, soprattutto, per mettere in risalto una delle sue più importanti risorse: il sole, che, insieme alla luce, è per tutti gli uomini fonte di vita, di speranza, specie se elargito da madre natura in misura per lo più equilibrata.
Tuttavia, questa luce sembra eclissarsi nella lingua parlata dei soliani per una curiosa singolarità: non esiste il tempo futuro. Sì, proprio così: nel dialetto siciliano non esiste il tempo futuro. O meglio, non esiste la forma verbale del futuro; che viene sostituita in modo permanente dal presente. E visto che i protagonisti del viaggio siamo due figli della Solia, non posso sottrarmi a queste precisazioni.
Se le dimensioni temporali di un parlante sono quindi generalmente tre, in Sicilia esse si riducono a due.
È come se la temporalità linguistica fosse stata un giorno azzoppata da qualche tragico scherzo della storia o della genetica.
Così, al momento dell'incontro col nostro interlocutore ci trovammo, in un certo senso, già predisposti a lasciarci coinvolgere dalle sue strane riflessioni sul tempo e la memoria.
La scena in cui prendono avvio le varie battute del dialogo è quella dell'ostello della gioventù di una città francese, dove noi viaggiatori speravamo ardentemente, quel giorno, di ottenere un letto per la notte. Purtroppo, a causa dell'ora tarda, fu necessario aspettare fino all'indomani.
La piccola disavventura, riscoperta e rivissuta oggi in occasione di una casuale ed amichevole conversazione sul tempo, fa parte di un'avventura più grande; di una storia raccontata anni or sono, che ha segnato in qualche modo la mia vita e quella del mio compagno di viaggio.
E adesso, senza ulteriore indugio, eccovi la vicenda …





 AVVERTENZA
I discorsi, i personaggi e i fatti di questo racconto sono creazione della fantasia. Pertanto, la loro eventuale corrispondenza con persone o cose della realtà non fantastica è puramente casuale.

Nota sulla punteggiatura

Per migliorare la lettura dei dialoghi è stato introdotto il nuovo segno di punteggiatura “./.”.
Esso indica l’inizio di un nuovo capoverso all’interno della stessa battuta di dialogo.

                                                                     L’autore



IL TEMPO DI JOACHIM

 La vera origine del tempo è lì, nello spazio sopra di noi e nel sentire dentro di noi


– Io sono uno che non ama affatto veder soffrire i propri simili – ci sentimmo rispondere in francese da un giovane tedesco, mentre chiedevamo ad un gruppo di ragazzi informazioni su dei camper parcheggiati davanti all'ostello. – In fondo, – continuò, mentre ci avviavamo all’uscita – il mondo si può dividere in due grandi schiere: quelli che hanno e quelli che non hanno. E se i primi possono alleviare i mali di questi ultimi più sfortunati, perché non dovrebbero farlo? Quindi, poiché ho capito il vostro problema, vi dico subito che il mio piccolo camper sarà vostro per stanotte.
Noi assentimmo volentieri alle sue semplici, sincere, e allo stesso tempo ironiche affermazioni, tanto più che da esse derivava l’eliminazione di un ostacolo fastidioso.
Così, dopo averci detto di chiamarsi Joachim e averci indicato una grande coperta di pelle di pecora, ci augurò la buona notte e rientrò nell’ostello.
La notte fu gelida, e non riuscimmo a dormire molto. Dovevamo muoverci continuamente per evitare che le nostre membra intirizzissero.
L’arrivo del mattino seguente lo vedemmo come una liberazione da quella tortura.
Solo il caffellatte della colazione fu in grado di scaldarci un po’. Ma a disporci positivamente di fronte alla nuova giornata fu soprattutto, almeno all'inizio, la conversazione che si avviò con il nostro nuovo amico Joachim, che, nel frattempo, si era seduto a fare colazione insieme a noi.
Egli doveva avere a occhio e croce la nostra età, anche se, guardandolo attentamente, mi accorsi che sembrava più vecchio di quello che le circostanze e le naturali affinità delle situazioni potessero far pensare.
Delle piccole rughe gli segnavano il volto agli angoli degli occhi, e il suo atteggiamento mostrava un entusiasmo cauto e contenuto per le cose che diceva, un trasporto controllato, che lo avvicinava più a una persona matura che a un giovane.
Gli avevamo chiesto, dopo averlo ringraziato per il ricovero datoci la sera prima, dove fosse diretto e ci aveva risposto che non lo sapeva.
– Io non so mai in anticipo dove vado: mi lascio trasportare dagli eventi, perché mi sono reso conto che quanto più si programmano le nostre azioni, tanto più si è schiavi del tempo.
In quel momento pensai che anche noi agivamo senza mete rigorose, ma non averne del tutto, neanche approssimative, mi sembrò esagerato.
Glielo dissi e lui lo ammise, con la precisazione che l’esagerazione era necessaria ai fini di vivere come viveva lui in genere, cioè facendo una lotta senza quartiere contro il tempo.
Per essa c’era bisogno di uno stato d’animo particolare, che solo l’esagerazione di quella convinzione era in grado di produrre.
– Tu, Josèi, credi nel presente? – mi disse dopo con una domanda secca.
– Cosa vuoi dire di preciso?
– Vorrei soltanto sapere se riconosci l’esistenza e l’importanza di qualcosa che si chiama presente; oppure credi che sia una parola priva di consistenza.
– Io credo che il presente esista e sia importante – ammisi facilmente, ma forse ingenuamente.
– E secondo te non dobbiamo dire che siamo nel presente quando la nostra mente, e non solo il nostro corpo, si trova qui ed ora, in questa situazione che stiamo vivendo adesso?
– Penso di sì, altrimenti non siamo presenti ma assenti – dissi io.
– Se è così, puoi renderti conto che quando progetti qualcosa la tua mente, sforzandosi di cogliere ciò che dovrebbe accadere, è nel futuro e non nel presente. E così lo stesso quando pensi a ciò che è già accaduto: la tua mente è lontana nel passato, dimentica di sé in questo attuale momento di vita.
– Vorresti concludere allora che dovremmo abolire progetti e ricordi per immergerci nel presente e valorizzarlo? Ciò mi sembra impossibile, impraticabile. Eliminare dalla propria vita progetti e ricordi  ... E come si farebbe poi a vivere? ... Non si correrebbe il rischio di essere troppo schiavi del presente?
– Non occorre che tu lo faccia di continuo e in ogni caso, ma solo quando vuoi creare lo stato d’animo adatto a farti vivere bene il presente. Gli uomini, spesso, hanno la brutta abitudine di abbandonarsi eccessivamente ai ricordi o alle speranze.
– Quello che dici può anche essere giusto, – intervenne Jòna – ma ci stupisce un poco; poiché, a ben vedere, abbiamo sempre pensato, come insegna qualche saggio, che il presente, nell’attimo stesso in cui lo vuoi afferrare, vivere e far durare, è già passato e ti è sfuggito di mano.
– Esatto! Ciò è quanto si pensa dovutamente e diffusamente tra i dotti dell’argomento, ma per me non correttamente. Per poter affermare compiutamente che un pezzetto di vita sia già passato, non basta oggettivarne gli attimi e dire che sono già trascorsi. È necessario viverli come passato, cioè come ricordo e rievocazione della memoria. Infatti questa situazione di adesso, con questo tavolo, queste tazze, il profumo della colazione, è presente proprio perché non la stiamo ricordando, ma la stiamo vivendo. I momenti che la costituiscono, volendo fissare il tempo in modo oggettivo, sono certamente passati; tuttavia, pur essendo passati, e dovendoli ripescare nella memoria per partecipare a quello che stiamo dicendo, noi li sentiamo come presenti. Ed è questo il presente: ciò che si sente come tale, non ciò che appassisce in un ragionamento. Vivere nel presente significa allora sforzarsi di cogliere, sentire come presenti gli eventi, e pensare a ciò che si percepisce come tale.
./. Questo presente di cui io parlo è un presente che dura, che non è inghiottito dal passato o dal futuro; anzi li porta con sé, almeno in parte. Esso si espande, un po’ verso il passato e un po’ verso il futuro. Quell’altro, invece, al quale tu fai riferimento (e insieme a te altri illustri dotti) è il presente del tempo oggettivo, cronologico, scandito da orologi e calendari, già morto sul nascere. La nostra vita si intreccia inesorabilmente con entrambe le forme anzidette, ma noi possiamo imparare a lasciare a ciascuna delle due più o meno spazio.
– Insomma, – ripresi io – tu forse vuoi semplicemente dire che noi siamo costantemente proiettati in avanti e indietro; e che nella misura in cui siamo sballottati così peggioriamo la qualità della nostra vita… sempre ammesso che con la tua teoria si possa vivere meglio.
– Che cosa vuoi dire con questo "sempre ammesso che ..."? – mi chiese con incipiente, indifferente stanchezza.
– Vorrei soltanto sapere se tu sei effettivamente capace di vivere così.
– In effetti questo non l’ho precisato. La risposta è che a volte ci riesco, non so se per caso o per effetto dell’autoconvinzione, a volte no; comunque ci provo tutte le volte che è possibile. Quando non è possibile, vuol dire che deve essere diversamente; così chiudo gli occhi e faccio come tutti e come la dottrina più diffusa comanda.
– Ti ringrazio della sincerità e ti prometto che prenderò in considerazione la tua teoria. Anche a me, tutto sommato, piacerebbe spesso riuscire a fare in modo che il passato e il futuro non mi pesino, cogliere e far durare l’attimo che fugge; afferrare, vivere e sentire il presente, e pensarlo in quanto tale, così come ci hai appena consigliato. E se non ci riuscirò, mi rifarò anch’io alla ragione più accreditata e alla sua antica saggezza.
Allo stesso problema avevo pensato qualche giorno prima della partenza, così le parole di Joachim mi riportarono a quei pensieri.
– Io, però, – cominciò Jòna di nuovo – non sono molto convinto e vorrei ancora discutere un punto del discorso.
./. Quando noi diciamo che la nostra mente è nel passato, a che cosa facciamo riferimento con quel verbo "è"? Ovviamente al presente, perché altrimenti il verbo non avrebbe alcun senso. Da questo punto di vista, sembrerebbe che noi siamo in qualunque caso nel presente. Ma se è così, come può la mente essere contemporaneamente nel presente e nel passato? Non può. Da ciò consegue che ci rimangono solo due possibilità: o la distinzione tra presente e passato è priva di fondamento; oppure la mente si trova necessariamente in uno dei due, per cui quando è nel passato il verbo "è" non ha più significato.
– Difatti tu hai ragione, – assentì Joachim con tristezza – il verbo "è", in questo caso, è  un presente solo a livello del segno linguistico, la cui significazione ha una temporalità diversa da quella del segno. Rispetto ad essa, dal punto di vista di un’osservazione rigorosa, nel presente c'è solo un corpo svuotato del suo essere. Ciò vuol dire che non c'è più una mente, un’anima. E lo stesso discorso vale per il futuro.
– Tu dici bene, però io, a questo punto, non mi rendo più conto della differenza tra la temporalità dei segni linguistici e quella dei loro significati; non capisco più se esistano un passato e un futuro che ci divorano solo nei fatti, mentre con le parole siamo tutti in un eterno presente. Non capisco più se il verbo ci riveli un mondo che ci inganna o se, più verosimilmente, il mondo ci riscatti e il verbo ci tradisca e ci inganni. Ammesso infine che solo i segni stiano al presente, come faccio a pensare al presente di un segno senza pensare a quello del suo significato?
– Penso – riprese Joachim – che per rispondere bisognerebbe ridimensionare la parola; ma, che si riesca o meno, occorre in ogni caso tirare due conclusioni con le relative conseguenze: o accettare una temporalità distinta per i segni e i significati, che ci permette di parlare, anche se con una certa oscurità; oppure affermare che per la mente, e quindi per il linguaggio, non c’è nessuna vera temporalità, cosa che non ci permetterebbe più di parlare, né oscuramente, né in altro modo.
– E tu Joachim – continuò Jòna – hai un criterio per scegliere tra queste due conclusioni, tra una parola approssimativa e l’assoluto silenzio?
– No, certo che no! Se ce l’avessi, dovrebbe essere superiore alla parola stessa, cioè costituito di segni privi di approssimazione, il che è quasi impossibile. Ho tuttavia un canone regolativo per condurmi praticamente in questo genere di cose. Esso consiste nel considerare tutti i nostri discorsi come problematici ai fini di un’analisi razionale esaustiva, e nell’abbandonarli, lasciandomeli alle spalle, quando questa problematicità finisce per essere oppressiva e senza vie di uscita.
./. Così, in alcuni casi, di fronte ad una parola che opprime, non esito a scegliere un silenzio che redime; per converso, quando è il silenzio ad opprimere, non esito a lasciarlo per abbracciare quel discorso che mi riconcilia con la vita. Faccio il funambolo tra il verbo e il nulla, cercando di rimanere in equilibrio sul sottile filo dell’essere.
./. Mi affido anche, come terza via, all’intuizione immediata delle cose nella loro semplicità e totalità, e agisco istintivamente, trovando sollievo e conforto nell’azione, sia solitaria che con gli altri, nei sentimenti e nelle emozioni che da essa scaturiscono. Insomma, navigando da una spiaggia all’altra, imparo a conoscere tutta la costa e i pericoli del mare. Ora scusatemi, sono stanco! C’è un demone che irresistibilmente mi spinge ad andare: è forse la redenzione che mi chiama, per liberarmi dalle catene di queste mille parole che mi imprigionano. Addio amici, e buona fortuna!
– Addio Joachim, e buona fortuna anche a te.
Eravamo sensibilmente convinti che fra breve avremmo trovato pure noi una miracolosa redenzione; per liberarci almeno dalla stanchezza accumulata il giorno prima, anche se non per darci il divino dono del silenzio.
A vederlo allontanarsi in quel modo, con passo deciso e leggero, avvolto in un alone magico di entusiasmo, pensai che non poteva essere più vecchio di noi; che i miei dubbi iniziali erano sicuramente infondati, e dettati da un’eccessiva inclinazione a lasciarmi impressionare dalle sfumature.
Io e il mio compagno di avventure ci vedemmo in quel momento come coloro che, pur essendosi abituati alla stranezza delle cose, non riescono ancora a convincersene del tutto. Nei nostri occhi un attento osservatore avrebbe letto quell’ingenua e divina meraviglia che ci stava addosso come una seconda pelle, da quando avevamo incominciato la sequela di incontri del nostro viaggio, senza poterla più abbandonare.
Per un verso era una bella sensazione. Per un altro ci metteva in un’atmosfera di evanescenza, con l'effetto di farci sentire sospesi a mezz’aria su un mondo che cominciava ad essere troppo instabile, troppo vario e multiforme, almeno nella sua rappresentazione per mezzo del linguaggio.
Avvertimmo entrambi che quella meraviglia non era allora solo il preludio di qualche nuova scoperta, di una nuova ricomposizione della realtà da prospettive e angolature diverse. No, era l’essere risucchiati da un vortice caotico e senza fondo, dove ogni prospettiva e ogni punto di vista divenivano delle parvenze inconsistenti, puri e semplici fantasmi.
– Soprattutto, – mi disse Jòna, riprendendosi per primo dallo stupore, – ciò che comincia a colpirmi nei bizzarri personaggi che stiamo incontrando in questo viaggio, è che sono tutti dei tentativi viventi.
Essi, infatti, nel momento in cui avevamo chiesto se fossero in grado di vivere in accordo con le idee che manifestavano fermamente, avevano risposto che ci provavano e non sempre ci riuscivano. Ognuno di loro mostrava, con l’atteggiamento e l’espressione del volto, un'esitazione e uno stato di dubbio che riducevano la fermezza iniziale e l’entusiasmo delle proprie affermazioni. Sembrava che i loro discorsi non denotassero in fondo un modo di essere corrispondente, ma solo dei tentativi di essere come dicevano, tentativi non di rado disperati.
Questa constatazione, oltre a farci riflettere, ci turbava, anche perché, fino a quel momento, non avevamo mai preso in considerazione l’eventualità che ad ogni nostra azione si dovesse premettere sempre la parola tentare. Certo questo era implicito, e noi, come tutti, lo sapevamo implicitamente; tuttavia l’averlo esplicitato cambiò il modo di rapportarci con l’insieme dei fatti all’interno dei quali ci si muoveva, e cambiò il nostro modo di sentirli.
Ciò non è cosa da poco. In un certo senso, è come se vi dicessi: «Tentiamo di andarci a bere un caffè», e non «Andiamo a berci un caffè»; «Tentiamo di vivere», piuttosto che «Viviamo». E così via in tutte le cose … Ed a forza di anteporre la parola tentare a tutto, si finisce per sminuire il sentimento della certezza e non solo la certezza. Si arriva a perdere qualsiasi fede nell’azione, compromettendo la buona riuscita di ogni proposito, di ogni intenzione. Si finisce per lasciare insoddisfatto quel bisogno profondo che abbiamo di sentirci sicuri in ciò che facciamo, di crederci come la sola cosa giusta; altrimenti ciò che facciamo lo facciamo male, non ci gratifica e non permette il raggiungimento, neanche per tentativi, o per caso, di un qualsiasi fine.
La fede, la certezza e la credenza assoluta andrebbero screditate solo dal punto di vista teoretico. Purtroppo avviene che, anche così, la sfera teoretica si trascina dietro quella pratica, permettendo solo raramente di mantenerle ben autonome.
Per questo motivo, oggi, sono dell’opinione che ogni uomo di profonda conoscenza, a meno che non sia in grado di separare con facilità le due sfere anzidette e di passare rapidamente dall’una all’altra, cambiando subito il tono e la modulazione del proprio sentire, del proprio parlare, è spinto ad essere titubante e restio a qualsiasi forma di azione, a qualsiasi forma di entusiasmo per la vita attiva. Egli si trova a coltivare tutta una serie di dubbi e preoccupazioni che rischiano di sommergerlo come una tempesta di sabbia nel deserto. È spinto quasi a rifiutare la vita.
Inoltre, a chi volesse aggiungere che, in fin dei conti, anche questa proliferazione appartata, solitaria, degli infiniti e dubbiosi regni dell’uomo è ancora una volta vita attiva sotto forma diversa, a costui risponderei: «Sì, è vero, ma a patto che vi si creda fermamente, con fede».
La fede, infine, sarebbe una bella cosa, se non fosse che da essa scaturisce anche, in modo sotterraneo, il fanatismo e l’intolleranza. Gli uomini agiscono, di fatto, credendo sempre fermamente in ciò che fanno; anche se finiscono per cozzare, e purtroppo inevitabilmente, contro le altrui credenze, le altre varie, diverse forme di vita attiva, talvolta anche calpestandole. Per qualcuno esse risultano nella loro essenza estranee, nemiche (perché manca il sentimento e la fede in quel senso), degli ostacoli al proprio volere, che, anche se comprensibili astrattamente, sono in concreto inaccettabili e fastidiosi: realtà intrufolatesi per distrazione di chissà chi nel brulicante mondo della vita.
Che cosa potrebbe salvarci dai rischi di una fede, di una fermezza incrollabile, necessaria in ogni nostra azione materiale e spirituale, come da quelli di uno scetticismo altrettanto fermo, incrollabile, che paralizza pure sé stesso? Io non lo so proprio, anche se una soluzione equilibristica, uguale a quella di Ioachim, trasparirà da queste pagine.
All’epoca della nostra peregrinazione non ne avevo certamente la più vaga idea. Cominciavo soltanto a presentire i guai in cui quel viaggio e quegli incontri ci stavano mettendo, frantumando con violenza la nostra favola ingenua e semplice della vita.
Ora è nella vita che voglio di nuovo tuffarmi, presente o meno poco importa, magari per vedere se potranno nascere le condizioni perché scocchi nella mia anima la scintilla di una soluzione.
Ritornando alla vita di allora, dunque, appena distolti gli occhi da Joachim, e fatta quella considerazione sui tentativi viventi, l'insolito episodio di viaggio si concluse nel modo seguente.
Ci presentammo all’ufficio accettazione dell’ostello, dove c'era un italiano come père aubergiste. Egli si preoccupò subito di farci le tessere necessarie all’accesso negli ostelli, nonché di darci tutti i consigli che una bontà inveterata nella sua impronta umana gli imponeva di dare.
Inoltre ci accorgemmo subito che non era solo buono d’animo, ma anche molto forte e tenace nel perseguire ogni genere di obiettivi.
Nel corso della sua esistenza ne aveva viste di tutti i colori, come ci raccontò un giorno, passando dai lavori più miseri a quelli più redditizi.
Arrivando in Francia, dopo la guerra, aveva fatto la fame per tanto tempo: disagio già conosciuto in guerra, che si era aggiunto a tutti gli altri derivanti dall’emigrazione, dall’inserimento in un paese straniero. Ma di questo vi racconterò forse in un'altra occasione, in un altro tempo ...
Per una strana e inspiegabile associazione, mentre lo guardavo preparare le nostre tessere, mi balenò dinanzi agli occhi una visione improvvisa.
Vedevo un bambino uscire in fretta di casa e rincorrere una palla che gli rotolava davanti.
Tutte le volte che le dava un calcio diventava di colpo un po’ più grande e cresciuto, finché, dopo averla calciata varie volte, mi apparve già uomo.
La sua allegria infantile e beata era di colpo svanita, lasciando il posto ad un’espressione triste, turbata e sconsolata.
Adesso un altro bambino era apparso alle sue spalle, con in mano un foglio di carta e una penna che si affrettava a dare all’altro, cresciuto in fretta, dicendogli: «Scrivi, scrivi chi siamo tu ed io, subito, altrimenti nessuno vorrà più giocare con noi!».
Quello scriveva e intanto ritornava di nuovo bambino, però con una faccia da vecchio, questa volta, che fece immediatamente scappare il bambino della carta e della penna, nonché tutti gli altri che giocavano all’inizio con loro.
Che dire di questa visione ad occhi aperti? Era un’identità che stava sparendo nei giochi della vita? che si poteva, allorché perduta, scrivere solo su un pezzo di carta? Ma, pur scrivendola, non si ristabiliva più, facendomi sentire il bisogno di tornare bambino, quando ancora niente è perduto? Poi, allorché bambino, mi accorgevo che non potevo in un baleno tornare indietro, cancellando ogni esperienza, per cui mi rimaneva una faccia da vecchio? Era forse questo il suo significato?
Chi può dirlo: tanto è ineffabile in certi casi il flusso delle immagini mentali! Magari il suo vero significato era tutt’altro, magari un bel niente, o magari uno sfogo incomprensibile dei miei circuiti cerebrali. Certo era che io l’avevo vissuta. Anche se oscura, incomprensibile, l’avevo vissuta ... Con essa, riversatasi in parte nei versi sottostanti, voglio prendere ora commiato da voi, deponendo la mia veste di narratore.

Dell’insolito scienza non c’è:
un grave velo, spesso
nella notte avvolge
l'azzurro essere  del  cielo
e il regno della verità.

Gli uomini di ogni tempo
cercano incessantemente
le chiavi delle sue porte:
a volte l’arte, la dottrina
o la fantasia
passano la soglia e
giungono nel suo mondo;
poi di là ritornano
con l’illusione della felicità,
dimenticando la giostra
della vita che se ne va,
le nubi o le tempeste che
si rovesciano su ogni realtà.

Nella infinita mente dell’universo
tutto passa:
passano i tempi e le stagioni,
di dubbi e problemi gli assilli,
gli amori e le carezze,
le belle canzoni e
l’estasi delle contemplazioni,
il risentimento, la rabbia,
le preoccupazioni e le passioni.
 




Ciò che resta non si sa:
forse questo eterno passare
di piccole parvenze finite,
di primavere fiorite
e di immagini indefinite.

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